Troppo libera
L'arte, l'amore, la lotta di Camille Claudel
graphic novel di Assia Petricelli e Sergio Riccardi
Era da tanti anni che desideravo dedicare un romanzo a fumetti a Camille Claudel, da quando, durante le ricerche per il mio primo libro, Cattive ragazze, ebbi l’occasione di approfondire la sua biografia. Prima di allora la conoscevo solo come scultrice della sua opera più celebre, Il valzer, ma soprattutto come allieva, musa e amante di Auguste Rodin. Ed è in questa veste ancillare che ancora oggi è nota ai più. Eppure Camille Claudel fu un’artista straordinariamente dotata, che pagò un prezzo altissimo per le sue scelte di vita anticonvenzionali e per una visione artistica che rifiutava ogni compromesso.
Dopo aver raccontato le vite di donne fuori dagli schemi, ma di successo, sentivo il bisogno di confrontarmi con il tema della sconfitta. Viviamo in una società, neoliberista e fintamente meritocratica, che mira a convincerci di una menzogna, ovvero che “volere è potere”, e che, quindi, se non possiamo, è perché non vogliamo abbastanza, non ci siamo impegnati e non lo meritiamo. A Camille non facevano difetto né talento né determinazione, eppure dovette soccombere sotto i colpi inferti dal proprio tempo. Arrivata a Parigi dalla provincia all’età di diciannove anni, fu presa a bottega e poi sedotta da Rodin, che di anni ne aveva ventiquattro di più ed era un artista all’apice della sua carriera. Ma non fu soltanto l’allieva a imparare dal maestro.
Rodin si nutrì della giovinezza e della creatività di Camille, tra i due si instaurò un rapporto di reciproca emulazione che conferì all’arte del più anziano scultore una sensualità che fino ad allora le era stata sconosciuta. Camille, invece, stentava a trovare quel riconoscimento che pure sapeva di meritare. All’epoca, per una donna, la scultura era, come scrisse suo fratello Paul, «pura e semplice impossibilità»: un’arte dura, sporca, faticosa, che richiedeva ingenti investimenti economici per pagare materiali, modelli e maestranze. Inoltre Camille aveva un modellato vigoroso, non aggraziato come si addiceva a una mano femminile, scolpiva corpi veri, vibranti, non idealizzati, le sue opere non avrebbero mai potuto decorare i salotti delle case borghesi. Quando capì che rischiava di rimanere per sempre nell’ombra di Rodin, interruppe la loro relazione e affrontò la povertà e l’isolamento, ma continuò a scolpire, producendo capolavori come L’età matura e L’onda. Restò incompresa, la società dell’epoca non era ancora pronta per accogliere il suo genio.
La sua incontenibile energia, non trovando sbocco verso l’esterno, implose in malattia mentale e l’artista fu internata in manicomio dai suoi stessi familiari: vi rimase reclusa per gli ultimi trent’anni di vita. In Troppo libera. L’arte, l’amore, la lotta di Camille Claudel ho provato, insieme al disegnatore, Sergio Riccardi, ad affrontare la vicenda biografica e artistica della scultrice francese nelle sue diverse sfaccettature, raccontandone, quindi, non soltanto il rapporto con Rodin in tutta la sua ambivalenza, ma anche l’infanzia in provincia, gli anni successivi alla rottura con il maestro e quelli trascorsi in manicomio, la relazione con altre figure rilevanti: la madre anaffettiva che per tutta la vita si vergognò di una figlia che dava scandalo; il fratello per il quale fu punto di riferimento artistico e culturale imprescindibile, ma che pure la abbandonò in manicomio per dedicarsi alla sua carriera di diplomatico e scrittore; le amicizie, tra cui quelle con altre artiste e con il musicista Claude Debussy.
Nelle pagine del graphic novel, l’interiorità dei personaggi emerge in sequenze oniriche in cui la pressione sociale vissuta da Camille – a volte contrastata in maniera aperta, altre volte rielaborata in forma artistica, altre ancora interiorizzata – e la sua sofferenza mentale assumono di volta in volta sembianze diverse: quelle di una torre Eiffel da scalare o di un volo notturno su una foresta che prende fuoco. Spesso sono le opere stesse di Camille, di Rodin e di altri artisti a prendere vita e a dialogare con i personaggi, mettendoli di fronte alle proprie mancanze e alle proprie paure.
Quella di Camille fu un’esistenza tragica, nel senso che gli antichi attribuivano a questo termine, passaggio dalla luce all’oscurità, dalla gioia al terrore. Tuttavia la vicenda umana e artistica della scultrice francese non si esaurisce con la morte nel sanatorio di Montfavet: come suggeriamo nelle tavole finali, continua a vivere nelle opere delle artiste che ne hanno raccolto l’eredità e nelle quali Camille sembra incarnarsi, finalmente libera dalla tante prigioni che l’hanno soffocata, e si protende gioiosamente verso il futuro, perché il cammino di liberazione delle donne è appena iniziato e non possiamo sapere quali meraviglie ci riserverà ancora.



