Un femminismo che non può nominare Gaza
non è femminismo

 Ripubblichiamo anche noi il bellissimo articolo di Nadine Quomsieh perché a Gaza, le donne non cercano di rompere il soffitto di cristallo, o di volare su Marte ma cercano di restare vive. Chiedono pane, acqua, sapone, un assorbente, che i loro bambini si sveglino al mattino. Perché è vero che troppo spesso il femminismo distoglie lo sguardo dal sangue sul pavimento. Noi vogliamo che questa testimonianza resti

Un femminismo che non può nominare Gaza non è femminismo
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09 Maggio 2025

Pubblicato da: www.haaretz.com

il: 27/04/2025


Il femminismo ha a lungo celebrato le vittorie delle “prime” – la prima donna al comando, a pilotare un aereo, a rompere le barriere costruite dal patriarcato. Questi non sono piccoli traguardi. Ma cosa succede quando il femminismo diventa capace di perseguire obiettivi ambiziosi e resta silenzioso nell’agonia? Cosa succede quando non riesce a trovare il linguaggio per parlare di donne che partoriscono sui pavimenti, che piangono sulle fosse comuni, che bollono erbacce per nutrire i figli – semplicemente perché sono palestinesi?

Io sono una femminista. Credo profondamente nel potere, nel coraggio e nella necessità della liberazione delle donne. Ma scrivo anche come donna palestinese, osservando un movimento femminista globale che spesso vola verso le stelle mentre cammina sulle le macerie.

A Gaza, le donne non stanno chiedendo posti nei consigli di amministrazione o missioni verso Marte. Stanno chiedendo pane. Acqua. Sapone. Un assorbente. Che i loro bambini si sveglino al mattino. Se il nostro femminismo non può accogliere questa realtà, se non si prende un momento per ascoltare le voci sotto le macerie, allora cosa stiamo costruendo e per chi lo stiamo davvero facendo?

In un rifugio, una madre ha strappato strisce dal vestito di sua figlia per usarle come panni mestruali. Un’altra ha ricoperto le suole delle scarpe con il cartone, sanguinando in silenzio, per non sporcare il pavimento. Queste non sono metafore: sono i martedì mattina a Gaza. Eppure, troppo spesso, rimangono inespressenelle iniziative di solidarietà femminista a livello globale.

Le donne palestinesi non stanno aspettando di essere salvate. Sono insegnanti, medici, giornaliste, poetesse, caregiver e tutrici della vita. Anche mentre le loro case crollano, organizzano file per il cibo, raccontano storie e ricompongono stralci di normalità dove riescono a trovarli. La loro resistenza non è sempre rumorosa, ma è incessante. Assistere a tutto ciò e parlare comunque di “empowerment femminile” senza includerle – non è empowerment. È cancellazione.

Ci viene detto che il femminismo riguarda la scelta. Ma a molte donne palestinesi, la scelta è stata strappata via: non solo dal patriarcato, ma anche dall’occupazione, dalla guerra e dal rifiuto del mondo di vederci. Che libertà si scelta c’è quando non puoi scegliere di fare il bagno a tuo figlio, di andare a scuola o di vivere senza paura?

Questo non è un richiamo. È un invito. Un invito a un femminismo che non ha paura del disagio. Che non distoglie lo sguardo dal sangue sul pavimento anche se non e’ adatto a in una campagna normalizzata. Un femminismo che ricorda le proprie radici – resistenza, solidarietà, giustizia – non solo rappresentanza.

Perché un femminismo che non parla quando le donne stanno morendo di fame sotto assedio non è femminismo. Un femminismo che non piange quando le ragazze vengono estratte dalle macerie non è femminismo. E un femminismo che non può nominare Gaza non è femminismo. È una performance.

Quindi chiedo, con amore, senza critica: può il nostro movimento globale allargarsi a sufficienza per includere il dolore, la forza e la verità delle donne palestinesi? Può inginocchiarsi accanto a noi, ascoltarci, stare con noi, non perché siamo senza difetti, ma perché siamo umane?

Perché qui, anche, è dove vive la lotta. Qui, anche, è dove inizia la liberazione.

Nadine Quomsieh, femminista e narratrice palestinese, è Co- Direttrice del Parents Circle – Families Forum. Vive a Betlemme.






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