Un granello di sabbia
nellʼingranaggio patriarcale
Tre giorni di conferenza a Roma, oltre 700 attiviste da tutto il mondo, la prima Dyke March in Italia con circa 2mila partecipanti: è stato celebrato il mese lesbico e consegnato al mondo un documento politico per combattere l’invisibilità lesbica con creatività, coraggio e senso dell’umorismo.
Aprile è il mese più lesbico dell’anno, anzi forse è l’unico mese dell’anno in cui in maniera esplicita e comune a tutto l’Occidente esista l’occasione per ricordare e celebrare la visibilità lesbica e le esigenze di una delle lettere più invisibilizzate dell’acronimo LGBTQIAPAK+, almeno tra quelle presenti fin dal suo esordio.
Perché il 26 aprile si celebra la Giornata della visibilità lesbica e dura una settimana e perché l’identità lesbica vive della duplice assimilazione all’universo porno mainstream e alla G di gay che tutto omologa. Tertium non datur!
E invece dal 2008 questa data è istituita ufficialmente e in realtà fin dal 1993 si celebrano in tutto il mondo le Dykes March la cui prima a Washington il 24 aprile del 1993 vide la presenza di più di 10mila lesbiche dykes richiamate dalle Lesbian Avengers a suon di volantini, moto, un letto mobile pieno di lesbiche amoreggianti, una vagina di cartapesta e giochi con il fuoco a urlare senza mediazioni politiche con le forze dell’ordine e con le grandi associazioni LGBT+ la propria rabbia per il rogo che aveva divorato in Oregon una compagna l’anno prima – uno degli slogan fu “il fuoco non ci consumerà, lo prendiamo e lo facciamo nostro” – e tutto il proprio desiderio di visibilità, di diritti, di intersezionalità orizzontale con chiunque si trovasse a proprio agio nella, fino a quel momento, offensiva definizione di dyke, quindi tutte le persone ai margini, razzializzate, musulmane, immigrate, trans, povere.
E l’Italia? Assuefatta da anni a Pride sempre più scenografici e glitterati pieni di carri sponsorizzati da grandi major e madrine cishet, la sigla LGBT+ mainstream fa da tempo fatica, al di là delle frasi di rito, a considerare realmente le lettere più marginali dell’acronimo. Eppure molte delle associazioni italiane più importanti hanno ormai da tempo leader lesbiche e anche i collettivi queer antagonisti presenti nelle più grandi città sono a maggioranza lesbica.
E quindi è bastata la scintilla fatta deflagrare dalla decisione di El*C (Eurocentralasian Lesbain* Community) di organizzare la sua conferenza biennale a Roma durante la settimana lesbica per dare il via a una virtuosa concatenazione di eventi e reti inaspettate.
Dal 23 al 26 aprile Roma ha visto tre giorni di Conferenza lesbica internazionale con la partecipazione di oltre 700 persone da tutto il mondo riunite in un grande albergo a comunicare, ascoltare discorsi di autorevoli speakers sui temi più vari delle intersezioni della vita lesbica, conoscersi nei corridoi, vedere film ispirativi – fondamentale quello sulla vita di Maria Silvia Spolato, la prima donna lesbica a dichiararsi come tale nell’Italia del 1972 e che per questo perse il lavoro come insegnante -, e sabato 26 aprile la prima Dyke March italiana organizzata nonostante l’incredibile coincidenza con il funerale del Papa.
Ciò che ci interessa raccontare qui, però non è tanto l’esito di queste giornate che comunque rimarranno stampate nella memoria di tutte noi soprattutto per la forza e la bellezza della piazza della Dyke March piena di oltre 2000 soggettività che si riconoscevano nella definizione di dykes, quanto il percorso che ha portato a tutto ciò.
Perché se è vero che lo stimolo alla creazione della Dyke March italiana è stata la conferenza di El*C e il loro supporto, poi ciò che è avvenuto è stato in puro stile Lesbian Avengers: mesi e mesi di riunioni on line aperte a chiunque volesse partecipare, costruzione di un documento politico condiviso di 11 pagine dove nessuna persona o gruppo ha preteso madrità e intestazioni, tra i più espliciti e forti in termini di intersezionalità e contenuti (lo potete leggere qui). Solo per arrivare a coniugare l’inclusività di ogni soggettività esclusa dal privilegio maschile con la storia della lesbicità ci sono volute numerose riunioni e credeteci il risultato non è mera letteratura, ma carne viva e progetto politico!
Un lungo, testardo, gioioso impegno per essere realmente intersezionali con tutte le lotte e le soggettività che attraversano lo spettro dyke, ben più ampio di un orientamento sessuo-affettivo o anche di un’identità politica, capace di oltrepassare gli steccati dell’essenzialismo biologico delle “femministe” trans-escludenti, di dare parola a chiunque dyke la volesse – durante la marcia un po’ stanziale e un po’ no hanno parlato oltre 20 persone in maniera libera anche con contenuti scomodi e potenti -, di realizzare ciò che già 30 anni fa le Lesbian Avengers volevano “Combattere l’invisibilità lesbica con creatività, coraggio e senso dell’umorismo”.
Ci si vede nel 2026 per la seconda Dyke March italiana!
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