Una base materiale per la cultura della pace

Patriarchia, una parola che è incastro tra patriarcato e democrazia: «l’avvelenamento dell’opinione pubblica» contro il tramonto della ricerca collettiva della pace

Una base materiale per la cultura della pace
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12 Novembre 2024

Seconda parte dell’intervista a Rosi Braidotti, filosofa femminista, a partire dal suo ultimo libro “Il ricordo di un sogno” (Rizzoli 2024)

La guerra è l’altro filo rosso di questo racconto familiare, così come del nostro presente, dall’Ucraina a Gaza tutto viene messo in discussione fuorché il sostegno armato: in che modo possiamo costruire la pace come femministe, dicendo no all’invio di armi e cercando altre vie?

Non so spiegarmi il momento esatto in cui la cultura della pace è tramontata, tutto il progetto europeo riposa sulla premessa della ricerca collettiva della pace e sarebbe da capire quando invece si è lentamente capovolta la prospettiva. La cultura della pace è molto più dell’assenza della guerra, è una mentalità e un approccio alla democrazia che prevede collaborazione, solidarietà e disarmo, da qui la punizione inflitta all’Europa dopo due guerre mondiali. I fascisti questa cosa se la ricordano bene, per questo vogliono il nazionalismo e l’Europa delle nazioni. Mentre tutto il progetto europeo di Spinelli e la costituzione italiana riposano sull’idea di fermare il virus della militarizzazione e del colonialismo europeo: a che punto della nostra vicenda collettiva si è perso il consenso su questo? È il problema di fondo su cui mi interrogo. Oggi siamo fra guerre prima di tutto concettuali, e siamo in guerra su qualunque cosa: dalle questioni sociali a quelle fra trans e cis, siamo dentro un discorso tossico su tutto. E quando si entra in guerra nella testa, vince il capitale: Elon Musk ha sperimentato i satelliti in Ucraina, le guerre sono da sempre laboratori economici e sociali.

Ha dunque vinto il neocapitalismo su tutto?

Credo che l’11 settembre sia stato il punto di non ritorno, con la reazione spropositata degli USA, e in quel momento si chiude un decennio in cui si era provato a fare rete e a cambiare il paradigma. Spinoza lo chiamava l’avvelenamento dell’opinione pubblica, lui vissuto nell’epoca delle guerre civili in Olanda. Quando i governanti rilanciano il conflitto di civiltà come linea da seguire, assistiamo, anche con i milioni di persone scese in piazza dopo l’11 settembre, al fenomeno della rana, messa a cuocere lentamente. La guerra oggi è dietro casa, ed è molto complicato, perché l’accelerazione porta alla follia del riarmo e delle spese militari, anche in paesi come l’Italia che avrebbero altro su cui spendere i soldi pubblici.

Ma dire come femministe che non vogliamo nessuna spesa militare?

Credo si debba cominciare dando uno spunto socialdemocratico: abbiamo già tante spese militari, mettiamo in comune e limitiamo. Ovviamente poi le aziende che investono in armi insorgono e non importa a nessuno dei corpi che muoiono. Cerchiamo di dare una base materiale al nostro pacifismo nel senso di una vera cultura della pace.

Torniamo ai femminismi di oggi: per questo primo numero di Re(fuse) abbiamo scelto come parola chiave “Patriarchia”, come declini questa parola?

Ottima parola, bell’incastro fra patriarcato e democrazia. Mi fa pensare, sempre sul solco delle genealogie, a Carole Pateman, quando nel 1988 scriveva nel suo ‘Contratto Sessuale’ che la democrazia è un contratto fra uomini che si scambiano donne e priva di diritti tutti gli altri considerati minori, questa sicuramente è patriarchia. Vorrei aggiungere che dal 1988 ad oggi i femminismi hanno vinto su tanti fronti, ma dobbiamo considerare una serie di effetti che non avevamo previsto e neanche desiderato. Per esempio, l’emancipazionismo reazionario, di cui scrive Serughetti, con una classe dirigente femminile non femminista. Nell’università lo abbiamo visto subito. In Olanda, dove esiste la tolleranza repressiva, hanno permesso i dipartimenti di women’s studies, un modo per dare il messaggio: “così vi mettiamo lì e non disturbate più di tanto”. Altrove non li hanno neanche permessi.

Le istituzioni hanno incoraggiato poi un femminismo di stampo neoliberale e pensieri molto individualisti, incarnati da donne, che vogliono farcela a prendere il potere. Si e`perso di vista il valore fondamentale del femminismo, che è la solidarietà.

A questi fenomeni ha risposto il femminismo pop, penso a Beyonce che cita Chimamanda Adichie, e fra i due estremi scelgo il femminismo pop perché la nostra è una battaglia di tutte e tutti e se il pop può agevolare per arrivare a un minimo di giustizia sociale e di popolarizzazione delle idee chiave, va bene.

Dobbiamo però chiederci: dove sta in questo momento la radicalità politica femminista?

Su questo c’è da lavorare, è vero le donne sono arrivate dovunque anche sulla Luna, ma serve una nuova mappatura fatta in chiave intergenerazionale e non basta farlo solo dentro le accademie. Serve che ogni generazione ricominci il suo femminismo, con la critica al modello di patriarcato che si ritrova (incarnato anche da donne) e, come diceva Primo Levi è necessario criticare anche il fascismo che si ritrova, ognuna ha il suo ed è un virus potente che muta. Oggi credo ci sia molto da fare sul razzismo e sul negazionismo climatico perché la gente è spaventata e si aggrappa a quello che viene detto da chi ci governa.

Cosa significa, dunque, essere radicali oggi? Ripartiamo dalla pace e dalla giustizia climatica, visto che noi umani abbiamo già riempito di mondezza anche la Luna, provocando di bel già un antropocene lunare! Si può fare, c’è speranza.

Nel suo “Il ricordo di un sogno” scrive: “l’italianità scelta e voluta, ma anche sofferta, è al cuore della storia di questa famiglia, che più nomade di così non potrebbe essere”. A proposito di nomadismo&movimento, dove andrà ora Rosi Braidotti? quale il prossimo progetto?

Vorrei essere una buona antenata, invecchiare in maniera utile, abbracciando i miei 70 anni, sana e felice come sono. Come prima cosa tornerò in Australia per qualche tempo per rivedere mia madre e continuare il dialogo con le colleghe aborigene. Non basta essere anziane per essere antenate. Dopo la mia vita accademica, scriverò di meno, ascolterò di più.

Vorrei inventare un invecchiamento femminista, mettendo a disposizione memoria ed esperienza: condividere i ricordi dei miei sogni.





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