Pubblicato da: substack.com
il: 10/02/2026
Di notte mi sveglio, più volte.
Di notte mi sveglio più volte, per salvarmi da incubi terrorizzanti, quello che il sottosopra riesce a comporre di notte.
Di notte mi sveglio, più volte, ma quello che mi aspetta ad occhi aperti, nel buio del mondo, in fondo alla notte, fa francamente molta più paura. Quando ho preso il cellulare per cercare la luce ho visto Israele bombardare un ospedale, e poi un altro, e poi un altro, e poi bombardare i rifugiati fuori. Ho visto corpi che ancora si muovevano tra le fiamme delle tende, madri piangere figli, figlie piangere padri. Ho visto 1, 2, 3 flotilla assaltate nel cuore della notte. Ho smesso di prendere in mano il cellulare, ma il sottosopra ormai è dilagato in questa lunga notte senza sonno ma con troppi incubi. Di notte apro gli occhi e resto in balia di quello che ho visto, di quello che non voglio vedere, di quello che non si può ignorare, di quello che so, e di tutto quello che non so.
Della rete di Epstein, per fare un esempio.
A questo punto immagino che non ci sia più nessuna che non si sia imbattuta in qualcuna delle storie raccapriccianti o dei nomi illustri che sono parte di questa vicenda che ha inizio quando avrebbe dovuto aver fine, con il sospetto suicidio in carcere di Jeffrey Epstein. La rete di sadici, pedofili e assassini che aveva raccolto intorno al suo carisma manipolatorio conta Presidenti di Stato in carica e non, reali, sovranisti di destra e intellettuali di sinistra, esimi rappresentati del mondo della finanza tanto quanto quelli della cultura. Chiunque può farsi un’idea di quanto fossero vaste queste relazioni, a patto di avere lo stomaco di navigare tra i documenti che sono stati resi pubblici a fine gennaio. Le virgolette sono d’obbligo, perché sebbene fino a oggi queste prove legali non fossero state rese note per difendere la privacy delle vittime, sono proprio loro ad essere state esposte come ulteriore forma di pornografia della violenza. A beneficiare invece dei tanti buchi neri sulle pagine sono proprio coloro che in questi anni sono stati gelosi, scrupolosissimi custodi di questi segreti. L’ultimo, Trump.
Quando si parla di Epstein files si parla di 300 gigabyte di sistema dell’FBI. Per quantificare più chiaramente parliamo di 3 milioni di pagine, 2000 video, 18000 immagini, decine di migliaia di pagine tra e-mail e ritagli di giornale. Le mail soprattutto sono tante e rappresentano la parte che oggi più smuove la curiosità di tanti. Da qualche giorno, per esempio, sono consultabili come una vera e propria casella postale. Si dà il caso che questo narcisista mitomane scrivesse molto, a chiunque; ma allo stesso tempo ricevesse moltissime mail, anche da insospettabili del mondo della cultura, della politica della finanza, oltre che delle più prestigiose università del globo. Ne esce così la figura di un leader carismatico di una cerchia di eletti in carico delle sorti del mondo, che mette materialmente a disposizione la vita e la morte i corpi di giovani donne, diciamo pure bambine. È questo che tiene insieme questa élite, che la rende tale: avere a disposizione i corpi, la vita e la morte di queste giovani donne. E sarebbe il caso di ripeterselo molte volte prima di infognarsi tra i documenti, o abbracciare una teoria cospirazionista piuttosto che un’altra. Perché mentre per uno strano fenomeno sociale l’efferatezza della realtà non è sufficiente e le leggende metropolitane montano, forse sarebbe il caso ricordare che anche una sola donna che denuncia sarebbe sufficiente, ma ci sono altri numeri che contano e dovrebbero contare.
La prima a farlo è Maria Farmer nel 1996, ma è anche la prima a non esser creduta. Bisogna aspettare ancora il 2005 perché un’indagine porti a un arresto, per le gravi molestie su una quattordicenne. Si stima che il traffico di minorenni (gestito da un’altra figura chiave di questa vicenda, Ghislaine Maxwell) fosse sopra il migliaio, ma purtroppo dai files è stato possibile riconoscerne appena qualche decina, di cui 36 minorenni dai 14 anni. Per me questo elemento della giovane età è veramente raccapricciante, e continuo a tornarci ossessivamente, soprattutto da quando vivo in ambiente francofono dove mi pare che esista ancora una forma di elitismo predatorio, anche a sinistra, che continua a banalizzare la pedofilia dietro troppi argomenti teorici e nomi illustri, mentre le vittime faticano a vedersi riconosciute.
La maggior parte tra loro, costrette in una rete di minacce e traumi potrebbe decidere di non farsi viva mai. Tra questi numeri non si contano le morti perché non accertate, ma una sembrerebbe di responsabilità di Andrew Windsor; l’altra certa è il suicidio di Virginia Giuffré, che con coraggio e forza ha contribuito a rompere il velo ed è morta schiacciata dal peso del trauma appena dopo qualche mese dalla pubblicazione di Nobody’s Girl, un memoir che prende le mosse da quando Maxwell l’adescò quando era ancora a servizio della famiglia Trump, a 16 anni. Il racconto di Giuffré, ha portato all’infinita, ridicola discussione sui titoli dell’ex principe Andrew, certo che lo stupro facesse parte dei suoi diritti di nascita e ad oggi è un privilegiatissimo criminale che dimora a spese dello Stato.
Ritorno ancora e ancora sui corpi di queste giovani donne, sulla loro materialità di merce, sulle vite a disposizione per il sacrificio e come proprio questa disponibilità abbia solidificato un gruppo di appartenenza. Un gruppo tutt’altro che eccezionale nel capitalismo coloniale e patriarcale, Tithi Bhattacharya, per esempio, mette questi eventi all’interno della continuità della storia coloniale indiana, ma anche per la nostra memoria corta non sarà difficile recuperare Indro Montanelli, e la banalità con cui nel suo malinconico ricordo dell’esperienza coloniale ricorda di aver avuto a disposizione una “sposa-bambina” che l’accompagnava per il lavoro di domestica e per appagare gli appetiti sessuali. Lo stupro di Destà, una bambina eritrea di 12 anni, è pomposamente descritto sulle pagine del Corriere della Sera, ancora nel febbraio del 2000, senza risparmiarci i dettagli sull’infibulazione degni di un uomo che porta ancora con orgoglio i valori di chi ha fatto l’Italia allora tra gli ascari come oggi da “padre” del giornalismo. O le “cene eleganti” di un certo presidente che oggi ricordiamo bonariamente come un tombeur de femmes, ma che si faceva chiamare papi dalle ragazzine che invitava a corte, tra cui anche “la nipote di Mubarak”, nota più per gli epiteti offensivi che per la sua minore età.
Eppure, questa cerchia è di eletti e sicuramente dotata delle eccezionali capacità di decidere sui corpi, la vita e la morte di intere popolazioni. Sono le stesse persone che decidono di sacrificare la spesa pubblica della sanità, considerata un costo e non una risorsa. Bisogna scandirli bene i nomi di queste persone che facevano snuff video, cioè registravano stupri e torture fino alla morte, perché questi sono gli stessi che hanno la responsabilità di decidere le sorti di Gaza. Bisogna ricordarseli bene, uno alla volta, perché tra loro ci sono i sovranisti, rappresentanti della destra neofondamentalista cattolica e fascista, quelli che sbraitano della difesa dei bambini, perché è proprio da loro che dobbiamo guardarci assumendoci la responsabilità della difesa collettiva delle bambine, da loro. E per fare tutto ciò, bisogna contrastare in ogni modo quello che si impasta in una grande teoria del complotto. Prima di tutto perché ci sono delle donne che chiedono giustizia ormai da 30 anni, mettendoci il loro viso, l’ultima volta durante il Super Bowl.
Infatti, è difficile tenersi a galla in questa marea di documenti, è difficile comprendere e tra le mail di questi mitomani è impossibile discernere: va tutto male. Ma va perfino peggio con la grande quantità di immagini prodotte con l’intelligenza artificiale per nutrire il rumore di fondo di questa vicenda in cui le voci delle protagoniste non riescono mai ad emergere e si battono da anni senza mai essere ritenute attendibili. Quando apriamo gli occhi nel buio della notte il dubbio non è una speranza, ma fa calare ancora più tenebre su questa notte lunghissima.
To See in the Dark, mentre scrivo di tenere gli occhi aperti nel buio, mi rendo conto che ritorna più volte quest’espressione che Nicholas Mirzoeff ha scelto per intitolare il suo blog e anche il suo ultimo libro. Già qualche mese prima che questi ultimi documenti fossero desecretati, lui che è sicuramente tra i più grandi critici della cultura contemporanea, esperto di visualità, scrive un lungo articolo in cui lega il suo nome, vittima di abusi da bambino, a quello di altre vittime; e si mette al centro di una rete che tiene dentro Epstein, il mondo dell’educazione, della cultura e Gaza, abbozzando un quadro su come la violenza di questa vicenda e il genocidio non siano non solo simbolicamente connesse. Genocide, Institutions and Abuse. Epstein, Gaza and Colonial Relations of Force inizia chiarendo che se le cose a volte ci danno l’impressione di esser conesse, probabilmente lo sono. Ma non come credono i complottisti che hanno una stessa risposta per tutto. Lui al contrario stratifica una mappa che tiene insieme alle vittime e ai carnefici le infrastrutture che permettono alla violenza di circolare e alla gerarchia di intessere la matrice di un ordine sociale violento come il capitalismo (Cedric Johnoson).
Chiarisce, dunque, il ruolo del colonialismo nel consolidamento di una cultura condivisa di svalutazione di alcune vite e l’uso programmatico della violenza sessuale come strumento di produzione di supremazia e pratica di soggiogazione. In questo quadro c’è un lavoro specifico delegato alle scuole dell’élite e le stesse università in cui la cultura dello stupro non solo è normalizzata, ma è tacitamente considerata un rito di passaggio che, attraverso la pratica condivisa dell’abuso e l’omertà, costruisce la cerchia e ne consolida valori e metodi. Il ragionamento, purtroppo, fila troppo bene, e ancora peggio quando si prendono in mano le carte dei finanziamenti e si nota che le università che dominano con dei punteggi le classifiche mondiali, Harvard, Oxford e MIT, hanno continuato a prendere i finanziamenti di questo noto benefattore, anche quando ormai era chiaro cosa si celasse dietro i suoi affari. Una menzione speciale la merita sicuramente Marvin Minsky, fondatore del MIT Media Lab e anche del lab sulle AI, lui stesso accusato di aggressioni sessuali. Del resto ormai oggi sembra più che noto che sui finanziamenti di Epstein e sulle sue cene eleganti si sia costruita la Silicon Valley. Quello che è meno noto è l’argomento che ha spinto il megalomane a investire in questa tecnologia delle intelligenze artificiali, cioè il sogno di supremazia bianca e transumanista. Lombrosiano accelerato, nelle sue conversazioni con Joscha Bach (anche lui MIT/Harvard), emerge che dietro il progetto neuronale liquido dell’intelligenza artificiale i due discutessero esplicitamente di come sostenere tecnicamente la “naturale” superiorità dei maschi bianchi, in un delirio di supremazia razzista, essenzialismo di genere e governo autoritario. Tra gli investimenti c’era anche quello sulle tecnologie riproduttive che gli permettessero di ingravidare quante più donne possibile, per massimizzare la sua impronta genetica nel mondo. Una vecchia ossessione dei padroni delle piantagioni mai lasciata in cantina, come anche Elon Musk ci mostra. E mi dispiace (non è vero!) che qualcuno debba rinunciare a un nume tutelare come Noam Chomski, ma fa un po’ ridere l’ossessione a voler salvare un nome senza tener conto del sistema che tiene in piedi le convinzioni ed il sogno di purezza.
L’altra infrastruttura a cui si dedica Mirzoeff è il mondo dell’arte e dei musei come aggregato del mondo della finanza, ma soprattutto come strumento di affermazione di un’ eccellenza nella pratica del dominio. Si sofferma così lungamente su Leon Black, membro ed ex direttore del board del Moma di New York e anche lui impenitente aggressore sessuale seriale, in carica. A parte i dettagli sulle consulenze a Epstein, le acquisizioni di Cezanne, Munch e altri sordidi dettagli sul sangue che scorre dalle pareti dei musei, a gridare sono ancora una volta i silenzi. Restano taciute le radici profondissime del sistema dell’arte nella violenza sessuale e nel colonialismo così che ogni volta che una storia di aggressioni sessuali riesce a emergere nel mondo dell’arte si tratta di un’eccezione, non come evento ma per esser divenuta nota. Dal 2021 ci sono scioperi dei dipendenti e dichiarazioni di artisiti, che hanno reso espliciti i legami tra la “filantropia tossica” e il supporto del sistema di apartheid di Israele in Palestina. Perché quando le cose ci sembrano collegate, spesso, in effetti lo sono.
E così aldilà del ruolo giocato dal Mossad in questa vicenda, che ancora non è chiaro, accanto ai singoli nomi, quello che emerge è il metodo di chi, nei vari luoghi, siede nei posti dove vengono prese decisioni capitali, e ciò che li lega: il disprezzo della vita, la fame dei corpi, il razzismo, la misoginia e lo stupro come metodo. E questo legame no, ancora una volta non è simbolico. Giuffré ancora nel suo libro racconta di uno stupro tanto violento da averle fatto perdere conoscenza, di una delle volte che ha avuto veramente paura di morire, dagli atti giudiziari emerge che si tratta di Ehud Barak, ex primo ministro Israeliano. Mirzoeff, alla fine del suo saggio lega tutti i protagonisti della vicenda e invoca uno spettro, e lo fa da ebreo che discute per rivalutare e decentrare l’Olocausto per creare un giudaesimo non oppressivo, lo spettro della violenza sessuale che ha permesso l’assimilazione al potere e la definitiva inversione dei rapporti di dominazione nella nostra società coloniale.
Lo spettro che abita le nostre case chiude la sua riflessione, e quasi anche la mia. Per finire, in questa lunga notte ad occhi aperti mi torna in mente un’altra casa infestata: The scary of Sixty-First. Si tratta di un film che ci è arrivato in preview qualche anno fa a Some Prefer Cake, quello che definirei con ammirazione un b-movie, un horror lesbico ambientato in una delle dimore newyorkesi di Epstein. Il film lo abbiamo scartato con leggerezza, ci sembrava troppo strampalato: una delle inquiline entra nella casa e comincia ad essere posseduta dai mostri di tutte le violenze che si sono svolte nell’appartamento, e dopo essersi masturbata con le foto di Andrew e dedita a qualunque pratica sanguinolenta, ingaggia uno scontro fisico tra il Profondo Rosso ed Eyes Wide Shut. Ovviamente una sola riuscirà a salvarsi, esce e va a raccontare la storia, cercare testimoni. Al suo rientro ogni traccia di sangue è stata rimossa, lei passa per pazza e comincia a dubitare perfino di sé stessa. Mentre continuo a ripetermi che qualunque immagine mi abbia fatto chiudere gli occhi durante la visione è meno spaventosa di ciò che accadeva veramente nelle dimore di Epstein, ho due domande che riguardano questo sangue, una è simbolica, sulla capacità di rimuovere ogni traccia dell’accaduto fino a dubitare di noi stesse. Ma in questa lunga riflessione ogni elemento simbolico racchiudeva della materia e mi chiedo chi abbia dovuto alzare la merda e il sangue dei presidenti, dei reali, dei direttori, dei professori. Ho letto che Epstein avesse un esercito di persone a servizio, persone razzializzate, soprattutto dalle Filippine.
E non posso smettere di vedere come bisogna proprio rifiutare l’idea del complotto, e ritornare alla materialità di questa storia, credere a chi sta cercando da anni di raccontarla, per non sentirci troppo sole in questa lunga notte buia.