Virilità guerriera
Poniamoci alcune domande

Stragi, guerre e orrori privati hanno un sesso

Virilità guerriera Poniamoci alcune domande

23 Aprile 2025

Come è possibile che ancora oggi, dopo tanto parlare di patriarcato e di maschilismo, non si riesca a scalfire la maschera di ‘neutralità’ che impedisce ai responsabili di tanti orrori di riconoscere l’appartenenza a un sesso? Che cosa impedisce agli uomini sinceramente convinti di dover operare per la pace nel mondo di interrogarsi sulla matrice ‘virile’ della violenza? Quando le donne hanno cominciato a scostarsi dal posto in cui sono state messe, anche la collocazione dell’uomo ha perso i suoi contorni definiti e indiscutibili. La libertà, di cui ha creduto di godere la comunità storica maschile, svincolandosi dalle condizioni prime, materiali, della sua sopravvivenza, ha mostrato impietosamente la sua inconsistenza, portando allo scoperto un retroterra fatto di fragilità, paure e insicurezza.

Perché, a loro volta, le donne sono così poco inclini a chiedersi quando e come un figlio, un marito, un amante passano dalla tenerezza alla violenza? A riportare l’ordine patriarcale sempre più minacciato, quello dei ruoli considerati ancora «naturali» del maschio e della femmina, ci pensa, come è già capitato più volte nella storia, la guerra: quella domestica dei femminicidi e quella sociale delle armi. Agli uomini il potere sui corpi delle donne, che si tratti di confinarle nel ruolo di madri, crocerossine, custodi della famiglia, o di umiliarle, violentarle, ucciderle nel privato, sacrificandole come vittime principali nelle loro guerre. Dall’altra la chiamata degli uomini al coraggio virile delle armi, compresi quelli che forse non lo vorrebbero, ma sono trattenuti, dalla paura di rinunciare ai benefici di un potere millenario e di essere considerati dei «rammolliti».

Mi chiedo se è per questo che esitiamo a nominare alcune verità evidenti:

–che la violenza, in tutte le forme manifeste che conosciamo, dalle guerre tra Stati alle guerre civili dovute al fanatismo o a problemi sociali, alla persecuzione delle minoranze, è stata praticata finora dal sesso maschile, sia pure con l’aiuto e la complicità delle donne;

–che l’amore e l’odio, considerate pulsioni contrapposte, non si danno mai isolatamente, vincolate come sono l’una all’altra.

Il copione della virilità, destinato a ripetersi quasi senza variazioni nel corso di una vita, poteva contare in passato su attori e parti note già nell’ambito famigliare, visibilmente in consonanza con le strutture portanti della vita pubblica. La violenza si confondeva con la legge, con la tradizione, con le norme comportamentali, con l’esercizio di un potere considerato «naturale». Senza quel supporto, fatto di carne e passione, nessun ordine avrebbe potuto durare così a lungo, resistere alle discontinuità della storia, all’assalto delle nuove generazioni. In questo connubio paradossale di «permanenza» e di modificazioni storiche, la guerra assomiglia, non casualmente, al dominio maschile. Sono queste le ragioni contingenti che fanno apparire la guerra ogni volta «necessaria», ma anche i tratti che inducono a pensarla come parte immutabile della «natura umana» fondata sulla logica arcaica del patriarcato dell’amico/nemico, civiltà/barbarie?

Il dominio maschile può essere letto, come esito della paura/desiderio che il corpo della madre resti dimora per il suo ritorno. Servono riflessioni su una violenza che ha le sue lontane ma durature radici nel dominio e nella cultura patriarcale, in quella differenziazione originaria che ha visto il sesso maschile sottomettere il sesso diverso come «nemico», escluderlo dal governo del mondo, cancellarlo come individualità (Freud). Nel venir meno di modelli virili socialmente autorevoli, è come se si fosse prosciugato il terreno in cui a questo strappo violento – la separazione dalla madre – si sostituivano nel tempo svariate forme di iniziazione, addestramento e fedeltà a nuovi codici di appartenenza, per facilitare il passaggio dalla famiglia alle comunità sociali dei simili, come l’esercito e la chiesa.

Imperituro, al di là dei mutevoli contesti storici e politici, sembra essere quell’ideale di «virilità guerriera» sulla cui costruzione mancano ancora consapevolezze e conoscenze adeguate, nonostante un secolo e oltre di femminismo. È vero che non tutti gli uomini uccidono, che la cultura maschile dominante da secoli non ha seminato solo morte, ma ha dato vita anche a opere sublimi di civiltà; è vero che l’amore, la solidarietà, il pacifismo non le sono estranei. Può darsi che il rapporto di potere tra i sessi e le inevitabili complicità che ne hanno permesso una così lunga durata non siano, come sono portata a pensare, il maggiore ostacolo materiale e psicologico a una convivenza più umana, più giusta e solidale. Ma finché non vengono portati alla coscienza e fatti oggetto della riflessione che meritano, non sapremo mai se dobbiamo rassegnarci a una «naturale» violenza maschile, o sperare nella possibilità di un cambiamento che non riguarderebbe solo il sessismo, ma tutte le forme di distruzione e di morte che gli uomini hanno agìto contro i loro simili.






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