Volevano parlare
e noi volevamo ascoltare

Dalle istituzioni le migranti  vengono considerate portatrici di modelli culturali  tradizionali, sono nere, povere. Le campagne compassionevoli di alcune  organizzazioni internazionali le  rendono accettabili perché vittime  impotenti, spogliate della loro storia e quindi ammissibili nell’ordine nazionale.

Volevano parlare e noi volevamo ascoltare

13 Marzo 2025

Non so se il libro Femminicidi d’onore. Dal “processo  Saman” ai diritti negati delle donne migranti ( a cura di Ilaria Boiano e mia, Futura ed) suscita la stessa emozione che ho provato io, configurandolo, curandolo e scrivendolo.

Perché emozionanti sono stati gli incontri con le donne migranti, che  abbiamo organizzato come Tribunale delle donne e che sono descritti nel libro, a Roma, Casal di Principe, Palermo e Reggio Emilia, emozionante sentire i racconti delle avvocate di parte civile nel processo Saman, emozionanti i racconti dei femminicidi e di quelle che sono riuscite a fuggire.

Avevano tutte una gran voglia di parlare – è il titolo del mio saggio e del documentario del progetto – le donne di origine nigeriana, ivoriana, afghana, pakistana che abbiamo incontrato, ma avevo io, come le altre che hanno partecipato al progetto e al libro, una gran voglia di ascoltare. E sentivo, sentivamo, l’esigenza di far conoscere a tutti i problemi che emergevano, perché non è possibile vivere senza almeno sapere ciò che accade accanto a noi: una burocrazia insostenibile e ingiusta che non rispetta i diritti delle migranti e rende ancora più complicata la loro  vita, una patriarcato violento che le perseguita anche in Italia, fatto di reclusione in casa, di matrimoni forzati, fino al femminicidio delle donne ribelli,  per salvare l’onore della famiglia di  fronte alla comunità.

Ma facciamo parlare loro.

Voleva dirlo a tutte Mahboba Islami, afghana, chirurga, docente universitaria, attivista femminista a Kabul: “perché l’Italia non riconosce  i miei studi e la mia professionalità medico-chirurgica, le offerte di lavoro sono di badante o lavoratrice nei ristoranti o al massimo di mediatrice culturale. Eppure, l’Italia ha bisogno di medici ma non sfrutta le nostre professionalità. Abbiamo lasciato il nostro paese perché non ci permettevano di studiare e lavorare e paradossalmente abbiamo trovato la stessa situazione anche qui in Italia”.

Voleva dirlo a tutte Cynthia, giovane madre nigeriana che,  fuggita da un matrimonio impostole dal padre, ha poi incontrato una situazione altrettanto violenta, un marito violento, e la madre che le diceva:  essere violento  è nel suo diritto, devi fare quello che lui  vuole, anche ucciderti. “Quando ho avuto la mia libertà, sono andata a scuola, ho iniziato a lavorare, sono entrata in questa cooperativa Eva, voi non sapete quanta forza mi avete dato. Esci dalla violenza e hai tutta la vita davanti. Tutti i giorni ho questa forza grazie a tutte voi”.  Ma dice Cinthya: “ciò che mi è successo non lo racconterei mai, per vergogna. Ma resta il problema di cosa dire alla Commissione per l’asilo per avere la protezione internazionale. Quando vado a fare la mediazione, le ragazze mi dicono … ‘Cinthya tu non lo sai che cosa mi è successo… non lo voglio raccontare …  ‘; alcune stanno qui con la gravidanza del padre, del fratellastro, del marito della madre… cose terribili. Ora hanno detto che la Nigeria è un paese sicuro… non è vero”. 

Nelle sedute del nostro “Tribunale” è stato discusso l’atteggiamento delle Commissioni e i loro pregiudizi, la cultura del sospetto, per cui pensano sempre che le richiedenti asilo le stanno imbrogliando; da qui per le dirette interessate la necessità di“dimostrarsi credibili”.C’è spesso un atteggiamento inquisitorio e si rischia il diniego.

Voleva dirlo a tutte Osas Egbon: adesso le ragazze sono  libere dal giuramento vodoo, non sono più legate alle maman e alle organizzazioni criminali per la restituzione del debito, pena  maledizioni e ripercussioni sulle famiglie; non sono più costrette a prostituirsi; in 37 abbiamo fondato l’associazione Donne di Benin City, molte vi hanno trovato rifugio, solidarietà, sostegno.

Voleva dirlo a tutte Fatima, ma l’ha detto girata di spalle per ragioni di sicurezza:  era fuggita dalla repressione della sua famiglia che voleva farla sposare in Afghanistan e impedirle di continuare gli studi, e voleva dirlo a sua madre:  c’è un’altra opportunità che non essere succubi. “Quando ho saputo della storia di Saman, ho pensato che potevo essere stata io al suo posto”. 

Dalle istituzioni le migranti  vengono considerate portatrici di modelli culturali  tradizionali, sono nere, povere. Le campagne compassionevoli di alcune  organizzazioni internazionali le  rendono accettabili perché vittime  impotenti, spogliate della loro storia e quindi ammissibili nell’ordine nazionale. Ciò comporta  che siano destinatarie di modelli, strategie morali e pedagogiche dirette a formare soggettività piu’ moderne ed emancipate cui insegnare la cura del sé, dei figli… come ne fossero prive ‘per cultura’, come se fossero “cattive madri”.

Tornando a Saman, Saman cercava di essere libera, e per questo ha pagato, ma ha pagato anche per le tante omissioni dello Stato italiano. Magistrati, forze dell’ordine, servizi sociali, non hanno capito la gravità della situazione, eppure c’erano tutti i presupposti. Leggere la documentazione del processo per la morte di Saman è estremamente doloroso, perché si evince che Saman è stata lasciata sola da tutti. Quando va a prendere i documenti requisiti dalla famiglia,  i carabinieri non perquisiscono tutta la casa, come avrebbero dovuto. Se ne vanno, e Saman resta sola. E la madre? Complice dell’omicidio?

Quante madri ci sono, assoggettate alla violenza patriarcale, che accompagnano le loro figlie alla morte, come la madre di Saman? C’è la necessità di un rapporto non solo con le figlie che chiedono libertà, ma anche con le madri, “guardiane dell’onore” .

Quante donne e minori,  venuti col ricongiungimento familiare al capofamiglia, in luoghi altrettanto poveri e isolati come quelli da cui sono partiti, sono invisibili, sono oggetto di violenza, non vanno a scuola. Ci sono decine di ragazze che non sappiamo dove vanno dopo la terza media!! Ed è anche un nostro problema. 

Oppure le ritroviamo nelle nostre scuole, e, fin da piccole, alla domanda “chi sa di essere destinata a un matrimonio non voluto” in molte alzano la mano. 

I casi segnalati di matrimoni forzati sono stati 35 dal 2019 al 2021, ma sono decisamente di più.

La scrittrice Maria Grazia Calandrone, anche lei vittima del matrimonio forzato della madre che ebbe un tragico epilogo, ci ha regalato nel libro una bellissima storia “Tra le otto e mezzanotte”,  la storia di Nandhini, che rifiutò un matrimonio combinato proprio mentre si svolgeva.

Per concludere, il libro è pieno di emozioni, storie, discussioni, ma anche di ricostruzioni storiche – i tribunali dei popoli e i tribunali delle donne – e di documentazioni giuridiche.

Impossibile parlarne qui, impossibile citare tutte quelle che vi hanno scritto o che sono state citate, altrimenti riscriveremmo il libro. Insomma, è tutto da leggere, ma anche  da discutere, perché la domanda del libro resta aperta: queste giovani donne sono tutte figlie di civiltà barbariche, come sostiene la destra ma non solo, e, giunte in Italia, diventano tutte “occidentali”, oppure si deve ricercare un rapporto tra mondi non più così distanti, e ritrovare un terreno di confronto, di rispetto per nuove, inedite, soggettività che stanno emergendo nella scena di un unico mondo.





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