Non rinunciamo
a gestire i conflitti
SPECIALE REFERENDUM Abbiamo necessità di giudici autonomi e indipendenti dal potere di chi governa, per esercitare le nostre professioni a difesa dei diritti delle persone
Parlo da donna che per oltre 40 anni ha svolto con passione la professione di avvocata civilista, senza maschere di neutralità, perché so che la neutralità, quando si parla di diritti, è solo il rifugio ipocrita di chi non vuole assumersi responsabilità e la pratica femminista mi ha insegnato che è nella gestione del conflitto che si aprono spazi di libertà, per la complessità delle vite. Altre e altri, hanno affrontato gli aspetti del diritto penale, dell’importanza dell’autonomia e indipendenza dei pubblici ministeri, di come questa riforma, accanto a proposte sulla legge elettorale e sul premierato, miri a rafforzare il potere politico, e al suo interno quello esecutivo, rispetto al potere giudiziario, di come questa riforma si inserisca in modifiche normative di stampo autoritario in materia di sicurezza, senza minimamente affrontare i problemi enormi dei disservizi giudiziari, in termini di tempi dei processi, di inefficenza delle strutture, di carenza di personale e di formazione adeguata.
Parto quindi dalla mia esperienza, come professionista che ha difeso lavoratrici e lavoratori contro multinazionali, donne che facevano valere i diritti di una vita libera e sicura nelle cause di famiglia per sé e per i e le figli/e, donne che cercavano giustizia dopo la violenza, minori senza voce. Vita incarnata in storie di amianto e morte, di prepotenze in fabbrica, di stupri negati, di figli contesi e padri e madri coinvolti nelle separazioni.
Mi interessa questo referendum, perché parla di noi, dei corpi delle donne, di chi lavora, di chi migra. Di chi, senza potere, ricorre al sistema giudiziario. Perché i poteri forti del sistema giudiziario non hanno bisogno. La riforma che ci viene proposta – la separazione delle carriere, il nuovo Csm, l’Alta Corte disciplinare – costituisce un intervento sull’equilibrio tra i poteri, sulla sostanza del diritto, perché si rischia di rendere i magistrati meno liberi, subordinando i loro percorsi professionali e le loro valutazioni a soggetti che, in qualche modo, sono emanazione del potere esecutivo.
La Costituzione italiana, all’articolo 3, parla di uguaglianza sostanziale. Impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che, “di fatto”, limitano la libertà. Quell’inciso, quel “di fatto”, lo dobbiamo a Teresa Mattei, la più giovane costituente. È la consapevolezza che un diritto scritto non basta. Deve essere garantito. E chi lo garantisce è un giudice indipendente. Se quel giudice diventa più fragile, l’uguaglianza torna ad essere solo un’illusione formale, un paravento dietro cui vince il più forte.
Ho accompagnato in Tribunale donne in processi per violenza, sapendo di dover lottare non solo contro un uomo, ma contro un sistema culturale che ancora fatica a riconoscere il consenso. Dove la legge non basta, è stata la giurisprudenza – l’interpretazione viva della norma – che ha considerato integrato il delitto quando la vittima era in condizione di “impossibilità materiale o psicologica di opporre un rifiuto”. Questo è avvenuto grazie a magistrate e giudici liberi, che hanno saputo leggere la realtà, in conformità a normative internazionali a cui l’Italia non riesce a adeguarsi. E nei conflitti familiari, dove spesso il marito ha più risorse economiche e sociali, ho sostenuto donne nella fiducia che chi giudica è libero da pressioni, culturali o politiche.
Penso alle famiglie di operai morti di amianto contro multinazionali farmaceutiche e colossi cantieristici. Di fronte a studi legali blasonati e consulenti costosi, avevano solo la forza di un diritto violato. Hanno vinto perché dall’altra parte della scrivania c’era un giudice del lavoro libero da condizionamenti. Hanno vinto perché il sistema ha funzionato. Ma se quel giudice ha il percorso professionale legato a un potere che potrebbe essere lo stesso della controparte, come esercitare giustizia? Il diritto del lavoro, che è nato per riequilibrare la disparità tra chi il potere ce l’ha e chi lo subisce, perderebbe il suo fondamento.
Pensiamo ai migranti. Nei procedimenti di rimpatrio, nei ricorsi contro i diniego d’asilo, la posta in gioco è la vita delle persone. Si decide se una persona ha diritto a restare, a essere protetta. Anche lì, la giurisprudenza ha spesso corretto la rigidità della norma, penso alla vicenda dei migranti trattenuti in Albania, ha garantito diritti laddove la macchina amministrativa tendeva a negarli. Ma se la magistratura viene percepita come meno indipendente, meno autorevole, il migrante non è più un soggetto di diritto, ma un problema di ordine pubblico da risolvere in fretta. E chi non ha voce, chi non ha relazioni, chi non ha un peso politico, viene schiacciato.
Abbiamo necessità, per esercitare le nostre professioni, magistratura e avvocatura, a difesa dei diritti delle persone, nel rispetto dei valori costituzionali, di giudici autonomi e indipendenti dal potere di chi governa, fuori da ipocrite equidistanze tra chi fruisce di poteri forti e chi deve far valere i suoi diritti.