Chi studia le società sa bene quanto il dato statistico potrebbe anche non significare nulla qualora non si correli con il senso che portano con sé le singole differenze (di genere, sesso ed età) che si esprimono attraverso il voto. Se il Novecento era chiaro per la sua rigida ripartizione della società suddivisa in classi e la felice irruzione delle donne nel suffragio universale che segna il nostro dopoguerra, il secolo in cui stiamo vivendo sembra essere stato determinato, almeno sinora, dall’individualismo competitivo, oltre che dal caose anche, per certi versi, da una narrazione cupa, negativa, mortifera. Un disvalore sociale che le nuove generazioni, nonchè gran parte dei movimenti femministi, hanno rotto simbolicamente già da tempo rifiutando il “prestazionalismo” come stile politico e le narrazioni no-future.
Nonostante il tempo accelerato attraverso cui ci governano i social, dovremmo ricordarci che gli studenti medi, per la prima volta nella storia dei movimenti sociali, hanno rivendicato il diritto al fallimento e alla salute mentale già all’indomani della pandemia. Erano e sono gli stessi giovani sofferenti, ereditieri di una società orribile costruita dal cinismo degli adulti, che hanno votato in massa “No” al referendum costituzionale. Dati alla mano, il No è anche stato fortemente determinato dal voto femminile. Ma non solo: il neo-imperialismo di ritorno come stile politico che di fatto copre attraverso la guerra una nuova forma di colonialismo estrattivo a cui questo governo si è piegato (subalternizzandosi a Trump), nonché la cancellazione del reddito di cittadinanza, hanno rimesso al centro anche la questione del Sud, nuovamente affetto da forme di impoverimento progressivo, dall’aumento delle diseguaglianze sociali e da un unico e solo modello di sviluppo: l’overtourism trainato dalla pluri indagata Santanchè a scapito dei cittadini residenti, del caro bollette e caro affitti.
Tra le macerie di una campagna elettorale surreale, aggressiva e tempestata di parole bugiarde, ciò che emerge di primo acchito dall’esito del voto potrebbe essere riassunto così: intanto che credibilità pensava di avere un governo che va avanti a colpi di reati istituiti solo per criminalizzare il dissenso giovanile, i poveri e i migranti andando consustanzialmente ad abolire il reato di abuso d’ufficio? Con queste premesse chi poteva ancora credere alla favola del garantismo e dei “giudici politicizzati” quando questo governo ha prestato prima il fianco alla tutela della criminalità dei potenti e poi al crimine di guerra più efferato degli ultimi anni ovvero il genocidio a Gaza? Una “donna” autoritaria al potere che crea continuamente un clima di odio sociale salvo poi dire che sono gli altri a odiare, una “donna” che fa finta di non vedere i bambini uccisi dalle guerre, che presta il fianco ad un uomo sregolato, patriarcale e pericoloso come Trump, che tipo di credibilità poteva ancora avere tra l’elettorato femminile? Ecco, in questi giorni tutte queste incongruenti propagande sono state rimandate al mittente proprio da un elettorato composto in prevalenza da giovani, donne e meridionali. Un caso? Assolutamente no.
Questi ultimi e tremendi anni sono stati segnati dai ritorni degli autoritarismi e dal mito della nazione, dal carovita, dalle guerre, dalla deumanizzazione e da una tanatopolitica angosciante, senza respiro, da una condizione di esistenza caotica e senza futuro, nonché da una continua politica dei tagli all’Università, alla scuola, alla sanità, ai servizi sociali fittiziamente e temporaneamente coperta solo dai fondi del PNRR. Ma hanno visto anche migliaia e migliaia di giovani e donne scendere in piazza contro il cambiamento climatico, il capitalismo estrattivo e contro la politica della morte, il genocidio a Gaza, contro una violenza ormai sistematica e strutturale. No, non possiamo dire che questo voto possa solo essere racchiuso nella logica retrotopica della difesa della Costituzione. Certamente, ora più che mai è l’unica certezza che abbiamo per garantirci ancora formalmente la democrazia, ma questo “No” partito in sordina e poi arrivato alla vittoria ci dice anche qualcosa d’altro: il mondo, le nostre esistenze, i nostri sentimenti, le nostre emozioni hanno bisogno di respiro, gioia, futuro, relazioni, desiderio. E quest’ultimo era già stato determinato da moltissime piazze contro il securitarismo, il dissenso, l’autoritarismo e il genocidio a Gaza, sino al meraviglioso exploit delle cinque giornate per sostenere la Global Sumud Flotilla. Questo No, fortemente segnato dal voto giovanile, femminile e meridionale ci dice anche un altro No, simbolicamente più potente di quello che abbiamo già espresso. Ci dice “No” alla guerra, “No” all’autoritarismo, “No” al nazionalismo, “No” all’impoverimento, “No” alle diseguaglianze sociali e “No”, un grande e immenso “No”, alla propaganda mistificatoria, manipolatrice e bugiarda di questo governo.
In altre parole, trattasi di un No che viene da lontano, una forma di resistenza che piano piano sta ripoliticizzando la società in un senso assai diverso rispetto alle forme di aggregazione e protesta viste nel Novecento o agli inizi del duemila. Non si tratta più solo di difendere la nostra preziosa Carta costituzionale, ma di fare in modo che la nostra salvezza e la nostra libertà tornino a essere possibili disegnando uno spazio in cui giovani, donne e subalterni possano nuovamente avere voce per immaginare un’altra società. Una società in cui ridiventa possibile respirare e desiderare.