Idoli (e) predatori

Il culto delle celebrità al vaglio della violenza sistemica. Dopo Flavie Flament, trenta donne denunciano in Francia in contesti diversi, in anni diversi, Patrick Bruel, uno dei più noti cantanti francesi

Idoli (e) predatori. Il culto delle celebrità al vaglio della violenza sistemica
Flavie Flament

26 Maggio 2026

Forse il nome Patrick Bruel non vi dice nulla. In Francia è un’altra storia. Cantante di fama enorme dagli anni Ottanta, attore, presenza fissa della televisione: è una di quelle figure famose come in Italia lo sono Gianni Morandi, Claudio Baglioni ed Eros Ramazzotti messi insieme. Uno che fa parte dell’infanzia e dell’adolescenza di intere generazioni. Una presenza familiare, rassicurante, amata senza riserve.

Contro di lui hanno parlato una trentina di donne. Raccontano tutte la stessa cosa: un uomo che non si preoccupava del loro consenso. I fatti descritti coprono quasi trent’anni. Fra le donne che hanno parlato e si sono esposte, anche per le altro, valendosi del loro capitale simbolico pop, c’è Flavie Flament. In Francia la conoscono tutti: conduttrice televisiva, giornalista radiofonica, presenza costante nei media nazionali. È una figura pubblica che prova a fare da scudo alle altre donne che stanno portando testimonianze analoghe alla sua. Nel 2015 aveva già scritto un libro, La Consolation. Raccontava di uno stupro subito a tredici anni per mano di un uomo famoso – senza fare il nome, perché senza nome c’era meno rischio di essere trascinata in un processo per diffamazione. Quel libro aveva avuto un effetto concreto: il governo francese l’aveva incaricata di presiedere una commissione per allungare i termini di prescrizione per i reati sessuali commessi su minori. Una donna creduta abbastanza da riformare la legge, non abbastanza da pronunciare un nome senza rischiare.

Dieci anni dopo, ha fatto il nome. Ha denunciato di aver subito una violenza da Patrick Bruel nel 1991, quando aveva sedici anni. Quando le prime testimonianze sono emerse – già nel 2019 – le accuse erano state archiviate. Chi aveva denunciato si era trovata non solo di fronte alla giustizia, ma contro i fan, contro l’immagine pubblica dell’artista, contro l’intera infrastruttura culturale che lo circonda. Una donna ha raccontato di sentirsi profondamente umiliata: non tanto dall’archiviazione, quanto dall’ostilità che aveva ricevuto dopo. Questo è già il punto: denunciare non costa solo il confronto con l’accusato. Costa lo scontro con un sistema di credibilità che funziona a favore di chi ha potere.

Ora le testimonianze sono cresciute, le inchieste giornalistiche si sono moltiplicate, le indagini sono state riaperte. Sono trenta voci e altre si aggiungono. Il caso Bruel non arriva nel vuoto. Arriva in un paese che ha un rapporto tormentato con il MeToo — esploso nel 2017, quando milioni di donne in tutto il mondo hanno detto: so cosa si prova, è successo anche a me. In Francia quella prima ondata si è scontrata con una resistenza culturale potente, radicata nell’idea della séduction à la française: quella certa galanteria che non sarebbe violenza, sarebbe una sorta di…stile. Nel 2018 una lettera firmata da intellettuali di peso ha difeso il diritto degli uomini a quella che chiamano “seduzione”, definendo il MeToo puritanesimo liberticida. Non ci sono sfumature e il dibattito si impantana in tifoserie idiote. Ma i casi continuano ad accumularsi, ognuno con la stessa struttura.

Un attore considerato patrimonio nazionale del cinema europeo – Gérard Depardieu – è stato di recente condannato in primo grado per aggressione sessuale su due donne sul set – una ventina le accusatrici nel complesso, molti procedimenti archiviati nel tempo per prescrizione. Il suo avvocato ha commentato la sentenza dicendo che in Francia, quando si è coinvolti in un caso del genere, si è «automaticamente condannati». Come se il problema fosse la giustizia, non la violenza.

Lo storico volto del telegiornale francese – Patrick Poivre-D’arvor, un anchorman del TG, tra Mentana e Vespa  – presente ogni sera nelle case di tutta la Francia per decenni, è accusato da venticinque donne. Diciassette hanno denunciato. La maggior parte dei procedimenti è stata archiviata.

L’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale e possibile candidato all’Eliseo. Dominique Strauss-Khan, è stato arrestato nel 2011 a New York con l’accusa di stupro da parte di una cameriera d’albergo – donna migrante, lavoratrice, senza il capitale simbolico di chi accusava. Le accuse penali negli Stati Uniti vennero ritirate in circostanze molto discusse. Anni di procedimenti, accuse di sfruttamento della prostituzione. Ogni volta la stessa risposta del suo entourage: è una trappola, lei mente, cerca soldi, è una cospirazione.

Tre ambienti diversi. Tre casi con la stessa architettura: molte donne, fatti che si ripetono nel tempo, e una resistenza sistematica a credere. C’è uno schema preciso e vale la pena chiamarlo con il suo nome. Quando un uomo potente viene accusato, si attivano automaticamente una serie di scudi. Il primo è la reputazione: frasi tipo «Non può essere lui. Può avere tutte le donne che vuole. E poi io lo conosco». Il secondo è il dubbio sistematico sulle donne: «Perché aspettare così tanto? Cercano pubblicità. Lo vogliono incastrare per soldi». Il terzo  è la presunzione di innocenza.

La presunzione di innocenza è un principio giuridico fondamentale: nessunə deve essere consideratə colpevole prima di una sentenza. Nasce nel XVIII secolo come limite al potere dello Stato, come risposta a una giustizia arbitraria che poteva condannare sulla base del sospetto. Ha senso, è necessaria, va difesa. Ma nel dibattito pubblico sulla violenza quel principio scivola spesso in qualcosa di diverso: un «non ti credo». Non è un errore di ragionamento. È una scelta politica. Perché applicata sistematicamente alle accuse contro uomini potenti, quella formula non protegge la giustizia – protegge il privilegio. Il risultato è che chi denuncia si trova a combattere su più fronti insieme: contro chi l’ha aggredita, contro un sistema giudiziario che archivia, contro un’opinione pubblica che mette in dubbio, contro i fan che attaccano. E alla fine, se parla lo stesso, viene chiamata bugiarda. Se aspetta, viene chiamata opportunista. Se sono in trenta, si dice che si sono messe d’accordo.

Guardando dall’Italia, sarebbe comodo pensare che sia un problema francese. Non lo è. Il MeToo in Italia non è mai esploso come avrebbe potuto. Ha lasciato per anni quasi sola Asia Argento – l’unica a fare nomi, l’unica a essere sistematicamente attaccata, la sola a cui si sono rivoltate contro le stesse dinamiche che denunciava. Nel 2018 una parte del pubblico e dei media italiani ha usato contro di lei la stessa logica che si usa ovunque contro chi denuncia: ha aspettato troppo, ha qualcosa da guadagnarci, è incoerente, è instabile.

Eppure, il sistema esiste, è documentato, e qualcuno ha cominciato a mapparlo. Il collettivo Amleta – www.amleta.org – nato nel 2020 da attrici e lavoratrici dello spettacolo – ha raccolto oltre duecento segnalazioni di abusi nel mondo di cinema, teatro e televisione. Registi, attori, produttori, insegnanti di recitazione. Le storie che emergono sono le stesse: provini usati come occasioni di violenza, foto che finiscono su siti pornografici, minacce velate a chi si ribella, silenzi protetti dalla complicità diffusa di chi sa e non dice. «Cinema, teatri, televisione sono pieni di predatori», ha dichiarato la presidente di Amleta.

Il MeToo italiano non ha avuto i nomi grossi, le condanne mediatiche, lo scandalo nazionale. Non perché le cose non accadano – i numeri di Amleta dicono il contrario – ma perché il costo di parlare rimane altissimo, e le strutture di potere che proteggono gli uomini famosi funzionano allo stesso modo che a Parigi, a Hollywood, ovunque. Cambiano i nomi. Lo schema no. Trent’anni, trenta donne, una struttura. Il MeToo ha aperto una crepa in questa logica. Ha dato un nome collettivo a qualcosa che le donne conoscevano benissimo una per una, in silenzio, convinte – o convinte di essere convinte – che il problema fosse loro. Ha mostrato che la violenza non è un incidente individuale ma un sistema, che il silenzio non è una scelta libera ma il risultato di una pressione precisa. La Francia – come l’Italia, come ovunque – non ha fatto i conti con quella crepa. Ha preferito discutere di eccessi, di cultura della cancellazione. Ha spostato il problema. Ha trasformato «crediamo alle donne» in una questione di fanatismo invece che di struttura.

Trenta donne che raccontano la stessa cosa, in contesti diversi, in anni diversi, senza coordinarsi, a costo di essere attaccate pubblicamente: non c’è nessuna sentenza da emettere prima del tempo ma c’è un pattern da considerare. E neppure la giustizia umana è asessuata. Non dimentichiamolo prima di ragionare su questi temi.






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