Una donna denuncia uno stupro di gruppo e la procura conclude che i fatti da lei descritti non costituiscono reato, senza neanche averla sentita. Ancora una volta, senza che ne avessimo alcun bisogno, la vicenda di Jane Doe ci dimostra che la voce delle donne non viene ascoltata e che, strutturalmente, le donne non vengono credute.
Jane Doe è uno pseudonimo utilizzato per proteggere l’identità di una giovane studentessa della Cornell University che, nel 2024, ha denunciato di essere stata vittima di violenza sessuale da parte di sette componenti della confraternita Chi Phi. All’epoca dei fatti, Doe riferisce l’accaduto alla polizia del campus, dalla quale apprende, circa due mesi dopo, della decisione della procura della contea di Tompkins di non procedere. Pare che il procuratore Matthew Van Houten abbia basato la sua decisione su una ricostruzione scritta dell’avvenuto e che abbia valutato superfluo ascoltare la voce della vittima.
Il 16 settembre 2026, Jane Doe ha depositato una causa civile che ha rivolto anche contro l’Ateneo, per non averla tutelata adeguatamente.
Ingiustizia testimoniale Di fronte a questa ennesima vicenda, drammatica nella sua unicità eppure così simile a tante altre, il dubbio è che, ancora una volta, abbia agito quella che la filosofa britannica Miranda Fricker ha chiamato «ingiustizia testimoniale». Nel libro Epistemic Injustice (2007) la descrive come il torto che subisce una persona quando chi ascolta le attribuisce meno credibilità di quella che merita per via di un pregiudizio sulla sua identità. Nel caso di Jane Doe, il dubbio è che nella lettura della sua dichiarazione abbia pesato più la parte iniziale della serata, fatta di alcol, droghe e di un primo rapporto che lei dice di aver accettato, che la parte successiva, che nella causa e nell’interrogatorio descrive come non consensuale: come se aver detto sì ad una cosa equivalesse ad aver detto sì a tutto.
Ingiustizia ermeneutica Fricker distingue anche una seconda forma, che chiama «ingiustizia ermeneutica», che è quella che si verifica quando mancano le parole e i concetti condivisi per dare un nome a un’esperienza. Il suo esempio paradigmatico riguarda proprio la Cornell University: nel 1975, Carmita Wood, impiegata del dipartimento di fisica, lascia il lavoro dopo quelle che all’epoca vengono descritte come «attenzioni indesiderate» da parte di un superiore. Non ha le parole per spiegare l’avvenuto nelle pratiche che motivano la propria richiesta di sussidio di disoccupazione, che le viene effettivamente negata. L’espressione «molestie sessuali» fu coniata poco dopo da tre donne del Human Affairs Program di Cornell a cui Wood si era rivolta: Lin Farley, Susan Meyer e Karen Sauvigné. Insieme, fondarono Working Women United, un’associazione per supportare le donne di fronte a casi come quello di Wood.
Nei casi di violenza sessuale abbiamo purtroppo un repertorio consolidato di pregiudizi che alimentano l‘ingiustizia testimoniale: c’è la donna che andava in giro da sola di notte, quella che era troppo svestita, quella che si ritene accusi per vendetta o per interesse. Ne abbiamo sentite talmente tante che abbiamo anche compreso il motivo per cui molte donne, alla fin fine, decidono di non denunciare.
Testimonial smothering La filosofa Kristie Dotson ha chiamato «testimonial smothering» il fatto di troncare la propria testimonianza in modo che contenga solo ciò che l’uditorio dimostra di poter comprendere. Per Dotson, ciò accade quando il contenuto è rischioso per chi parla, l’uditorio mostra di non poterlo capire e questa incapacità deriva da quella che lei chiama «ignoranza perniciosa»: un’ignoranza sistematica che produce un danno. Il suo esempio, tratto da Kimberlé Crenshaw, riguarda le donne nere: parlare della violenza sessuale commessa da uomini neri può essere rischioso in quanto rischia di confermare stereotipi razzisti. Il silenzio nasce dunque dall’incontro tra un contenuto rischioso e un uditorio che non sa ascoltarlo.
Resta da capire che cosa, nell’ascolto di una denuncia di violenza sessuale, produca quell’ignoranza perniciosa. Nel 2018, la filosofa Rosa Vince ha risposto indicando i miti sullo stupro, che considera una forma di ignoranza perniciosa e ha applicato il concetto di Dotson alle mancate denunce. Ritiene plausibile che lo smothering vi abbia un ruolo importante, senza considerarlo ovviamente l’unica causa. Per via di quei miti, chi ascolta non comprende ciò che viene riferito. Chi parla ridimensiona di conseguenza la propria testimonianza o, a volte, decide direttamente di non denunciare.
Nel 2024 solo il 24% degli stupri e delle aggressioni sessuali subiti da persone dai 12 anni in su è stato denunciato alla polizia, secondo il Bureau of Justice Statistics (l’ufficio statistico del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti). L’indagine rileva che chi non denuncia un reato violento indica motivi diversi, tra cui il timore di ritorsioni e la convinzione che la polizia non abbia le capacità o perfino la volontà di intervenire.
L’indagine misura ciò che pensano le persone che non denunciano. Sulla fondatezza di quella convinzione offre una chiave la giurista femminista Catharine MacKinnon, che sostiene sin dagli anni Ottanta che il diritto assume il punto di vista maschile come standard di neutralità. Nei suoi scritti sullo stupro osserva che chi denuncia deve dimostrare di aver resistito, perché dove c’è stato un rapporto il consenso viene dedotto dal rapporto stesso. Il potere di rifiutare dipende però dalle alternative disponibili e una persona che si è trovata nella condizioni di Jane Doe, stanca e alterata da alcol o sostanze, in una casa con più uomini, ne ha davvero poche.
Himpathy. Alla sfiducia verso chi accusa corrisponde un eccesso di simpatia verso l’uomo accusato, secondo la filosofa Kate Manne, che lei chiama himpathy. La conosciamo bene, quella simpatia inappropriata e sproporzionata di cui gli uomini potenti godono spesso nei casi di violenza sessuale. Manne ha scritto pubblicamente sul caso, chiedendo che l’università ne risponda.
E chiudo proprio con una riflessione su Cornell. Un’università privata, ricordiamolo, che vende sul mercato il proprio marchio e che quindi, di fronte a un caso di stupro di gruppo, ha un preciso interesse a limitarne la visibilità. La stessa logica può valere per il procedimento interno, che si è svolto a porte chiuse.
La riapertura del caso è arrivata dopo una causa di 101 pagine depositata da avvocati e dopo la notizia data dal giornale degli studenti, il Cornell Daily Sun. Sono condizioni che non sono alla portata di ogni persona che denuncia una violenza.
Il prezzo della credibilità ricade così su chi denuncia e non su chi decide come ascoltare.
In termini economici, diremmo che è un’allocazione. Ma come ogni allocazione, dipende da regole che si possono cambiare.