Caprilegio

una genealogia di donne che si trasmettono un testimone: la libertà che è, prima di tutto, libertà di amare nel documentario di Margherita Laterza e Rosa Maietta

Caprilegio
Caprilegio

21 Luglio 2026

Da tempo il cinema documentario si confronta con la famiglia – uno per tutti Italianamericans, diretto da Martin Scorsese nel 1974 – e di recente sono sempre di più le registe e i registi che dirigono documentari su uno dei loro genitori: hanno la meglio i padri, basti pensare a Sr.  di Robert Downey Jr. (2022), My Father’s Diaries del bosniaco Bekir Hasanović (2024), Il cassetto segreto di Costanza Quatriglio (2024), An Oscillating Shadow di Celeste Rojas Mujica (2024), presentato nei giorni scorsi a Unarchive Found Footage Fest;  e al recentissimo Toni mio padre di Anna Negri (2025). Sulla madre mi vengono alla mente gli struggenti Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi (2002) e No Home Movie di Chantal Akerman (2015).

Fa una scelta diversa Margherita Laterza, attrice e cantante alla sua prima prova da regista, che dirige insieme a Rosa Maietta, Caprilegio, un film sulla nonna e più in generale su una genealogia di donne non necessariamente appartenenti alla famiglia di sangue. Premio alla regia al Bif&st – Bari International Film&TV Festival 2026, Caprilegio, interamente ambientato a Capri, come il titolo fa intuire, racconta di Carmelina, ovvero Chicca, la nonna di Margherita Laterza e di una sua zia “adottiva” Margarete Bielschovsky, ebrea tedesca, laureata in filosofia, approdata a Capri nel 1935 e stabilitasi in quella che ha chiamato Villa La Gioia, un nome che forse sceglie per lasciarsi alle spalle un passato doloroso: il terrore vissuto con l’ascesa di Hitler al potere, il marito morto suicida, la persecuzione e la conseguente perdita dell’ingente patrimonio della famiglia. Ma perché ha attraversato l’Europa per arrivare a Capri?

All’inizio del ‘900, a Capri c’è chi pensa di cambiare il mondo: Maxim Gorky e Alexander Bogdanov con la “Scuola di Capri” e Karl Wilhelm Diefenbach con una delle prime comunità pacifiste e vegetariane d’Europa; Jacques d’Adelswärd Fersen anima un salotto letterario ritrovo di intellettuali italiani e stranieri; e ancora Renata Borgatti, apprezzata pianista, che visse a Capri tra il 1918 e il 1920, alla quale fa capo una delle molte comunità di lesbiche accolte sull’isola e ritratte nel romanzo del 1928 di Compton Mackenzie, vissuto a Capri tra il 1913 e il 1920, Extraordinary Women, tradotto in italiano con il titolo Donne pericolose. Peraltro, il romanzo è stato ripubblicato nel 2016 da Sonzogno nella bella collana BitterSweet ideata da Irene Bignardi e inaugurata, nel 2014, con La Garçonne di Victor Margueritte, romanzo simbolo degli anni ’20.

E gli isolani? Come dice un abitante: gli isolani dovevano pensare alla sopravvivenza non ai fatti degli altri.

Forse Margarete era arrivata a Capri sulle orme dei filosofi tedeschi, come Benjamin e Adorno; certamente perché era noto che sull’isola gli ebrei erano tollerati e sarà così persino dopo le leggi razziste del 1938. Giorgio Napolitano, intervistato nel documentario, sottolinea che Capri era l’opposto di un’isola di confino, era un’isola di persone che cercavano di proteggersi dalla repressione fascista, in modo particolare gli ebrei. Mussolini non vuole turbare l’immagine di Capri, straordinaria vetrina del fascismo a livello internazionale e Capri sarà risparmiata dai bombardamenti, come avrebbero potuto? La bellezza salverà il mondo, ci ricorda Raffaele La Capria.

Laterza e Maietta richiamano quella Capri, ma riescono a sottrarsi agli stereotipi mantenendo il focus sul rapporto tra “zia” Margarete e Carmelina e tra questa – nonna Chicca – e Margherita.  Margarete diventa zia di Carmelina perché la sceglie, trova in lei un affetto sereno e la famiglia fondata da Carmelina diventerà la sua famiglia. «Alla mia Carmelina affinché possa godere del divino linguaggio di Goethe, luglio 1945», recita la dedica su una copia del Faust; Carmelina studia le lingue e diventa la maestra dell’isola e riceverà in eredità Villa La Gioia: Margarete le ha aperto una finestra sul mondo che Carmelina non chiuderà più, e per questo, fra l’altro, riceve aspri rimproveri dal fidanzato. Dopo molto dolore, Margarete vuole riscrivere la propria storia perciò preferisce raccontare poco del proprio passato.

Carmelina sceglie il nome di Margherita per la nipote, con la quale ha un legame speciale e alla quale dice poco della famiglia d’origine ma parla soprattutto di zia Margherita, dalla quale prende avvio una genealogia di donne che si trasmettono un testimone: la libertà che è, prima di tutto, libertà di amare. Margarete e Carmelina, dunque, si prendono la libertà di scegliere come raccontarsi, di indirizzare la memoria di se stesse. E la memoria è il fulcro di un racconto costruito utilizzando film di famiglia, fotografie e documenti che testimoniano la storia di Margarete Bielschovsky e della famiglia Di Stefano; i dialoghi con i familiari di Margherita e quelli con gli abitanti dell’isola; nuove riprese e sequenze oniriche e simboliche, che costituiscono, ci dicono le registe, momenti che visualizzano ciò che la memoria non riesce a esprimere, rendendo visibile l’invisibile, come nel caso della sirena, presenza enigmatica che accompagna il racconto senza mai mostrarsi del tutto.

Ritornano temi e stilemi del precedente documentario di Rosa Maietta, L’eco dei fiori sommersi (Alias, 8 marzo 2025): la presenza dell’acqua, qua popolata di sirene (la Pimpa avverte Margherita bambina che le sirene non esistono ma questa non pare volerci credere) e Syrene è il titolo di un progetto musicale di Margherita Laterza e colonna sonora che ha influenzato e dialogato con il processo di montaggio, facendo della musica un ulteriore strumento di esplorazione della memoria. E come ne L’eco dei fiori sommersi torna l’animazione – Turtle Studio Animation – che restituisce, come si legge nelle note di regia, l’immaginario di Margherita Laterza fin dall’infanzia, nutrito dai racconti dell’isola raccolti nel tempo dalla nonna e dai numerosi intervistati.






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