Il patriarcato non fa ridere

Note sparse sul film «L'ultimo giorno del patriarcato» di Zalone

Il patriarcato non fa ridere
in collegamento da San Masculo

04 Aprile 2025

Pubblicato da: Alias, il manifesto

il: 22/03/2025


Si devono essere chiesti: come alleggeriamo una parola così pesante, come ne esorcizziamo il potere, la risonanza politica, come deviamo l’attenzione su ciò che evoca, violenza, sopruso, umiliazione, e che tristezza! Facciamo che ci ridiamo sopra, facciamoci una grassa risata, prendiamo un po’ con leggerezza ‘sto patriarcato che fa tanto arrabbiare le donne. Usciamo l’8 marzo, così, per l’occasione, occupiamo lo spazio mediatico, tanto le piazze, e le strade, chi se le fila. Se ridono e si accontentano della risata, siamo salvi, si saranno detti (plurale maschile ma chissà).

Non resisto, sarà pure che rischio di dargli importanza, tuttavia. Prendere seriamente quello che vuole passare per gioco intrattenitivo, spiritoso, simpatico, genere stand up comedy che conquista i media per la festa delle donne come la chiamano, mi diverte e mi fa pure pensare. Non è che ci stanno a prendere per il culo?

Li vedo, si sono messi a tavolino, qualcuno deve avere pensato che la comicità funziona sempre. Hanno comiche e comici che fanno ridere usando gli stereotipi millenari della misoginia. Mentre ogni destra possibile prende parola e quindi potere usando il ridicolo come maschera per dissimulare la minaccia di un nuovo vocabolario semplificato che riduce il linguaggio e quindi spegne il pensiero, la comicità di Checco Zalone scimmiotta una parodia del patriarcato, una finta parodia di un patriarcato riconoscibile e quindi di per sé innocuo.

Siamo a San Masculo, prego notare la santità del paesello, uomini seduti al caffè Nerchia, prego notare… vabbè, la strada vuota, una cinquecento parcheggiata. Siamo nel passato, anni ’50?, e siamo in una Italia rurale e arretrata, nord o sud fa lo stesso. Lo sguardo di tutti, i maschi al bar, è rivolto a un muro, qualcuno sta spatolando colla su un manifesto.

Stacco, musica da dramma della gelosia. Camera da letto, un uomo appena sveglio, Checco Zalone, baffi e foulard al collo sotto la vestaglia genere vita agiata e spensierata, canta il suo canto del cigno, o dovrei dire del gallo: Famme l’ultimo caffè, fallo come piace a me, stira l’ultima cammicia, che lu core assai me brucia (siamo in Salento?), mentre una donna, Vanessa Scalera, moglie occhi bassi faccia contrita vestito da lavori domestici, porta il suo caffè, e stira, sputando (grazie!) sulla camicia inamidata del marito.

Cambio di costume, Zalone è nella sua storica patriarcale canottiera bianca, con l’altrettanto storica catenina d’oro da prima comunione. E qui il piccolo film si anima sulla sua faccia mentre proclama cantando un neomelodico ultimo giorno du patriarcato.

La piazza, di maschi, è tutta intorno al manifesto che vieta per sempre il patriarcato. Facce attonite, sconsolate, inebetite. DIVIETO DI PATRIARCATO, leggono sulla Gazzetta. Ultimo giorno dell’ordine sociale economico politico millenario in cui un uomo si fa servire, si permette arroganza, umiliazioni e violenze, si arroga diritti e impone doveri, sottomette e uccide, donne popoli terre e tra un attimo pianeti.

Stacco, Zalone, grembiule color rosa carta da parati sopra la ormai nota canottiera bianca di maschio destituito da potere e privilegi, porta in tavola le sue lasagne bruciacchiate – non le sa fare, come potrebbe, non è neanche uno chef stellato, stende un bucato uscito tutto rosa, di nuovo a rivelare la sua inettitudine per le faccende di casa, stira e brucia camicie con un ferro da stiro che non sa usare. Tutto pare vada a fuoco senza una donna che si cura di tutto o faccia il suo bravo lavoro di cura. Era meglio o patriarcatu! coro di donne-mogli dimesse e figli insoddisfatti se l’uomo si mette a fare ciò che la donna deve fare per sua natura.

Io per amore faccio tutto quel che è contro natura!, canta Zalone mentre si occupa per la prima volta della vita quotidiana. È la Natura che ha deciso e stabilito ruoli e gerarchie, donne e uomini, elogio della dicotomia, debolezza forza, potere obbedienza, razionalità sensibilità, aggressività mitezza, potrei andare avanti per pagine, tutto il già visto già elaborato e ripensato fino allo sfinimento da tutto il pensiero femminista del mondo.

E allora via alla rivoluzione, parola usata ormai da compatte schiere di reazionari. Musica di un liber tango, il caffè cambia nome, da Nerchia a Perchia, sorvolo sulla nota filologica, tavolini di donne a bere e fumare, espressione chiara di indipendenza e autonomia, donne a fare shopping, vuoi perderti la frivolezza? ma anche il cosiddetto potere d’acquisto, donne a dominare sul divano e la scelta dei canali televisivi, il telecomando vale il comando, donne a dominare a letto e la scelta sulle pratiche sessuali, va da sé, sadomaso, donne a tradire con uomini giovani o dovrei dire «carne fresca».

Via all’uomo che fa la donna, no, non la donna, ma la casalinga la moglie e la madre, che dice alla sua donna: torna a casa che è meglio, va tutto malissimo, la vita si fa difficile, per chi?, il mondo non ce la fa, senza il lavoro di cura il capitalismo non ha le basi economiche su cui fondarsi. Con la rima emancipato cornuto, Zalone fa la spesa, accudisce bambini, cucina, aspetta stanco il ritorno di lei, mentre canta la mia donna prende il volo e io sto a casa a pigliarmela into o culo. La mia donna, certo, e comunque, se la donna si libera l’uomo è fottuto.
Se il mondo va male è colpa delle donne che si rifiutano di fare le donne, se il mondo finisce bruciato è perché nelle case non comanda più il padre, il marito, il fratello, lo zio.

E la piazza? La polis? Niente, le donne a quello non sembrano interessate. La piazza delle donne è una piazza per bere comperare scopare, pare il manifesto del capitalismo, e come tale il manifesto del sessismo, se sei donna, questo ti piace, questo sai fare. La piazza non è uno spazio del potere politico ma del piacere consumistico.

Se il patriarcato viene dismesso, le donne non vedono l’ora di appropriarsene, di assumerlo come modello di potere, di fare tutto quello che la cultura patriarcale ha insegnato loro, di essere come le vede come le vuole. Belle, frivole, libere, un po’ puttane.

Come dire, cara donna, prima che ti venga in mente di cambiare il sistema, rivoluzionare il mondo, farla finita con la mia politica imperialista colonialista razzista sessista fascista, diventa quel maschio di cui avevi invidia, diventa come lui, quello di cui avevi paura odiavi e che ogni due giorni ti voleva morta. Vuoi non prenderti la rivincita? Quale vendetta migliore, che sedersi al suo posto al bar, fare la femmina-maschio, ribaltare semplicemente i ruoli, comandare con la sua stessa arroganza la stessa volontà di assoggettamento, di sfruttamento, non solo dentro le mura di casa, ma fuori, assumendo il governo della città, o magari del Paese?

Che pasticcio, caro Zalone, voluto, immagino e ben diretto, anzi dritto al punto, scritto per far ridere e non scomodare femminismi e nuove visioni del mondo che per carità prendono troppo seriamente le cose che lo minacciano, per riprodurre lo stesso vecchio stereotipo maschio femmina ognuno al suo posto, per rimettere la stessa vecchia canzone così riconoscibile che non rivela niente del meccanismo subdolo e meschino di secoli di violenza economica, sessuale, psicologica, emotiva, in ogni ambito della vita di ogni genere che non sia quello maschile.






Newsletter