Rumore Rumore
La bolla dell’ideologia, la colpa dei migranti, la caciara della violenza. Nel mese di dicembre alcune scuole lanciano nuove occupazioni e tanto Rumore per tuttə.
RUMORE RUMORE cantava e ballava – spensierata, angosciata, scatenata e incatenata – Raffaella Carrà, mettendo il sigillo su una parola che oggi torna prepotente alla ribalta per designare l’urlo di lotta e protesta in contrapposizione al silenzio.
Il problema del lutto nero è l’essere remissivo, si esprime a testa china ed è facile scambiarlo per una forma di rassegnazione. Il lutto bianco che fa rumore disturba ogni altra cosa, interrompe la normalità con la forza e non con la mitezza di un convincimento. È quel che ci vuole? Si chiede Stefano Bartezzaghi dalle pagine di Repubblica dopo il femminicidio di Giulia Cecchetin. Una morte che non è mai stata in silenzio e non vuole saperne di smettere di fare rumore, di essere scomoda, di dare fastidio. Questo è il punto secondo me: fare più rumore del fastidio, creare un problema per metterne in evidenza un altro, fare lo sciopero dal silenzio. Eppure il rumore ha tante valenze, come quello beat di Raffaella, che prima da sola mai e poi ho deciso che facevo da me. Il rumore può coprire, donare il sollievo della solidarietà e dell’unione, va fatto nelle sedi opportune – la piazza, la famiglia, la scuola, il Parlamento, i governi, in ordine sparso e incompleto.
Ecco, la scuola e il rumore: gli studenti agitano chiavi, fanno tintinnare la sete di giustizia e cambiamento nei luoghi deputati alla formazione e all’impegno. L’invito dei familiari di Giulia scuote le coscienze, in un momento in cui si affastellano i delitti e i castighi di una società che deve ripensare le sue radici se vuole guardare al futuro con fiducia. Il delitto di genere è un concetto ignorante e pericoloso, dice il Ministro dell’Istruzione in occasione della presentazione alla Camera della Fondazione Giulia Cecchettin. Mi piace Roberto Vecchioni che, bravo prof, analizza i termini rumore e silenzio, antitetiche espressioni della natura umana: una va dal dentro al fuori, dice, mentre l’altra va dal fuori al dentro. Rumore è energia, voglia di vivere, estroflessione e, aggiungo io, comunicazione e comunità. Parla del preside del liceo di Giulia a Padova che ha impedito il minuto di rumore a favore del minuto di silenzio e sprona il pubblico a fare quindici secondi di rumore in studio. Rousseau per il linguaggio, Lorenz contro il rumore che è nemico del riflettere, Shakespeare autore del più grande femminicidio letterario mondiale, Otello: il fascino della conoscenza è inebriante anche quando il suo fine ultimo è una dissertazione sull’orrore.
Ma torniamo al rumore, quello che adesso dobbiamo almeno tentare di fare tutti, quello che porta all’autodeterminazione, al concetto di esistere ed essere liberi indipendentemente da maschilismo e patriarchia, da scardinare con cura nelle scuole, proprio quelle che oggi praticano il culto della sanzione, dell’umiliazione educativa, o delle classi differenziate. Io studio, e in questo momento storico il “mio” ministro Valditara si esprime in merito alla violenza di genere perpetuata nel nostro paese, attribuendo la colpa agli immigrati, tralasciando di ricordare quei bravi ragazzi italianissimi autori della maggioranza dei femminicidi in patria.
Novantanove le donne uccise in Italia tra il 1 gennaio e il 18 novembre di quest’anno. I dati arrivano dall’XI Rapporto Eures (fonte ANSA) che, oltre a registrare una forte crescita delle figlie uccise, passate da 5 a 9, generalmente all’interno di “stragi familiari”, offre il dato relativo alle vittime straniere che, in controtendenza rispetto a quelle italiane, risulta in forte crescita, passando da 17 a 24, arrivando a rappresentare un quarto delle vittime totali (24,2%). L’aumento delle vittime straniere si accompagna ad una forte diminuzione degli autori di femminicidio di nazionalità non italiana, passati da 23 a 16, con un decremento del 30,4%, mentre rimane stabile il numero degli autori italiani (83 nei primi 11 mesi del 2023 e del 2024). Ciò significa – spiegano i ricercatori – che, mentre il 45,8% dei femminicidi con vittime straniere sono commessi da autori italiani, ‘soltanto’ nel 4% dei casi (3 vittime in valori assoluti) le vittime di femminicidio italiane sono state uccise da un autore straniero (una percentuale, questa, in forte calo rispetto al 13,5% censito nel 2023).
Tradotto: uccidono molto molto di più i figli del patriarcato nazionale. Io la TV la sto guardando, è medium d’elezione per fare rumore e io ho fame di sapere, mi imbatto in mille voci che, piacciano o no, servono tutte, soprattutto se risuonano forte, lettera di Luciana Littizzetto docet. Punto. Non è bello sminuire le manifestazioni, caro Ministro, che si chiamano così perché “manifestano”, rendono evidente, palesano un dissenso e vanno considerate, soprattutto da chi ci rappresenta. Tutto il resto è cronaca: la colpa è degli immigrati, la patriarchia è stata abolita negli anni settanta, la citazione impropria di Cacciari che si riferiva al crollo novecentesco di un modello letterario e antropologico esemplificato da “Lettera a un padre” di Franz Kafka, che sono corsa a leggere, e via patriarcando.
Ma ritornare ritornare perché, quando ho deciso che facevo da me. Decidiamo di fare da noi.
RUMORE RUMORE.